Il giorno dell'addio

Traduzione di Kamela Guza 

Iniziarono a manifestarsi alcune complicazioni. Parlavo da solo, chissà da quanto tempo, e dopo ogni parola che pro­nunciavo ne imparavo una nuova. Imparai la parola "manife­starsi", la parola "complicazioni", la parola "parlare", la parola "chissà", il gruppo di parole "da quanto tempo", l'es­pressione "da solo", la congiunzione "e", la parola "congiun­zione", la parola "dopo", la parola "ogni", la parola "parola", la parola "così", la parola "imparare", la parola "nuova", il gruppo di parole "gruppo di parole", la parola "più" e tante altre ancora. Altrimenti come avrei potuto parlare, anche se da solo? In realtà, le parole erano sempre le stesse, soltan­to che a me sembravano ogni volta diverse, completamente diverse, e quindi le imparavo da capo, come se fossero dav­vero nuove.

Aprii gli occhi, non so come, e riuscii a scorgere cinque pareti bianche, escluso il pavimento, al quale avevo voltato le spalle, visto che ero sdraiato; nella stanza c'erano cinque pareti bianche, ed era una fortuna che non fossero più di cinque, perché anche se fossero state di più, sempre pareti erano.

Iniziarono a manifestarsi alcune complicazioni. Problemi di chiodi, di martelli, di chi inchioda e di chi viene inchioda­to. Non riuscivo a spiegarmi perché non sentivo alcun do­lore quando colpivo il chiodo col martello, perché invece sentivo dolore quando il martello mi colpiva; perché non sentivo alcun dolore quando affondavo nella carne viva, perché invece il mio petto urlava ansimante quando il chio­do affondava nella mia carne. Queste sensazioni si svilup­pavano anche in ordine inverso, lo ero Uno - ho finito i minuti! - Due, Tre e Quattro il martello e i chiodi e l'In­chiodato. Il martello inchiodava, ma veniva azionato dalla mano di colui che inchiodava, quindi, in qualche modo, era anche un chiodo. Tutto si muoveva verso di me, che ero l'Inchiodato e che... venivo inchiodato. La questione si complicava ancora di più quando ci si chiedeva quale fosse la mano che metteva in moto tutto quanto. Forse era quella stessa mano che Uno, Due, Tre e Quattro non avevano in­chiodato, oppure era la mano che aveva deciso di non in­chiodare la suddetta mano. Chissà, lo ero un cadavere or­mai e non era il caso che mi occupassi di pure ipotesi. Quando mi invitarono a bere al bar, a dir la verità, non mi aspettavo che succedesse tutto ciò. Ma io ero innocente. Quella faccenda dell'insulto era una messa in scena, quindi ero a maggior ragione innocente. E non dico questo per il fatto di essere un cadavere e di voler a tutti i costi discol­parmi per far aumentare la loro colpa. No, no. lo ormai sono un cadavere e non mi occupo di queste cose. Alla fine siamo esseri umani, certe situazioni capitano. Loro mi ac­coltellarono mentre stavo per pisciare, e ciò mi sembrò davvero strano. Sapete perché? Perché mentre loro mi fa­cevano a pezzi, io mi chiedevo meravigliato: «Sei davvero un portento; dove la trovi la forza per accoltellare quattro per­sone in una volta?!». Quando caddi a terra - siamo esseri umani, capita di cadere -, loro tre io con loro facevamo a pezzi la mia stessa carne. Ora mi viene da ridere se penso al dolore che provavo. Un dolore che faceva diventare suo­ni le parole, silenzio i suoni. Glielo dissi varie volte: «Fermi, fermi, che la vista del sangue vi farà vomitare!», ma nessuno mi ascoltò. E questo, credo, perché nel frattempo io ero di­ventato un cadavere, quindi la mia voce era diversa e le loro orecchie ormai diverse dalle mie, e non potevano dunque sentirla, la mia voce. Scoppiai a ridere e continuai a ridere anche all'ospedale, mentre le infermiere cercavano in ogni modo di ricucire i pezzi del mio corpo per sistemarlo den­tro la bara. Continuai a ridere anche all'obitorio, raccon­tando barzellette a me stesso. Una delle infermiere, a un certo punto, si arrese, perse la pazienza, abbandonò gli strumenti di lavoro e disse: «Questo è senza speranza... Con la bara chiusa!». Eccolo qua il gruppo di parole "senza speranza". Come vedi non ti ci vuole molto tempo, da de­funto, per imparare la lingua parlata. Sentii dire che mi ci avrebbero mandato (leggi: all'aldilà) «con la bara chiusa». Mi vestirono elegante, parevo uno sposo, mi misero là den­tro e mi sembrò di entrare in una cabina telefonica. Danna­zione! Non avrei mai pensato che in inverno si potesse star bene anche vestiti così leggeri, come sposi. Ma quando, non appena chiusero la bara, non sentii caldo, capii che non avrei avuto freddo nemmeno se fossi stato nudo. Me lo chiesi varie volte: «Aveva freddo, signore, quando l'hanno accoltellata in mezzo alla neve?». Ma non trovavo una ri­sposta. La mia anima se n'era già andata in quel momento, non c'erano dubbi, ma non me lo ricordavo, non mi ricorda­vo quando esattamente avevo perduto l'anima. L'anima se ne va come in un sogno, non si sa quando, non si sa come. Molti, oggi, non si rendono neanche conto di aver perso l'anima. Poi, dico, sicuramente mi presero in braccio, mezzo ricucito com'ero, mi misero in macchina e mi portarono a casa. Mi divertii un sacco durante il tragitto. L'essere umano si diverte anche senza anima. Ecco, così mi dovete tenere, in braccio, idioti che non siete altro, dicevo tra me e me. È così che ho tenuto anch'io la vostra stupidità quando ero ancora vivo. Arrivammo davanti a casa, mi portarono den­tro, mi sistemarono in mezzo alla stanza e, poco dopo, sen­tii dei rumori. Qualcuno bussava alla bara, si vede che la stavano aprendo. Ehi, gridai. No, non apritela, che sono ri­dotto così male che peggio non si può. Ma nessuno ti ascolta in questi casi. Chi se ne frega, dissi. Se si spaventa­no sono affari loro, lo sono un cadavere, spavento e terrore per me non sono altro che parole. A ogni modo, tuttavia, anche se ho perso l'anima, un minimo di decenza, vale a dire orgoglio virile, è rimasto pure a me, e non voglio si senta il cattivo odore. Perché noi cadaveri abbiamo il no­stro odore, il nostro odore pesante, parlo soprattutto in termini di pesantezza, più che di pazienza necessaria per vincerlo. Mi ricordo quando passò a miglior vita uno dei vi­cini. Sua moglie, piangendo, elencava, come dire, le sue prodezze, quando d'un tratto perse i sensi e si accasciò sul corpo del marito. Noi tutti pensammo che fosse svenuta per amore, per il dolore di non avere più nessuno cui ren­dere la vita un inferno, ma era stata semplicemente una questione di odore. A dir la verità, quando aprirono la bara, quando mi cadde addosso quella polvere bianca che una volta chiamavo luce, per poco non lanciai un urlo di terrore. Vidi la stanza dove avevo vissuto. Non mi era mancata per nulla. Quando ero vivo e pensavo alla morte credevo, con un'ingenuità ridicola, che dopo la morte mi sarebbe manca­ta tantissimo questa stanza, come tutte le stanze in cui ave­vo vissuto. Credenze da vivi. Vidi delle donne e degli uomini raccogliersi intorno alla bara, fumando, bevendo caffè e so­spirando di dolore. Le donne scuotevano la testa, era chia­ro che non erano contente. Secondo loro avrei dovuto ma­sticare per un'altra trentina d'anni quella merda chiamata vita. Piangevano per l'amarezza. Volevo dir loro: «Perché piangete? Cosa c'è da piangere?! Siamo esseri umani, sono cose che capitano. È così difficile per voi credere che anch'io possa meritarmi il mio destino, la mia salvezza?!», ma non dissi nulla. È una follia cercare di spiegare le cose ai vivi. Inoltre, tutti mi sembravano uguali oramai, come i cine­si, e il problema era che non potevo rivolgermi a uno di loro a caso, perché a ogni funerale, come a ogni matrimonio, fi­danzamento, compleanno eccetera c'era una persona parti­colare che stava a capo di tutti, c'era una gerarchla, un sen­so, e io, se avessi deciso di parlare, avrei dovuto rispettare fino in fondo quella gerarchia, perché, da quello che ricor­do di quando ero vivo, tutti loro, senza eccezione alcuna, fino all'ultima ruota di scorta, si offendevano assai quando la posizione non veniva rispettata. È una follia cercare di spiegare le cose ai parenti. Una donna - era davvero una donna? - si avvicinò alla bara, mi accarezzò i capelli e iniziò a urlare: «Figlio, come ti hanno ridotto! Figlio, te ne vai così giovane!». Figlio così e figlio cosà... Doveva essere mia ma­dre. O il Partito. La madre. Il Partito. Non capivo lo stesso cosa ci fosse da urlare. Dovevo la mia vita alla morte e alla terra, no? Sarei ritornato da loro, cioè sarei di nuovo spro­fondato dentro di loro per ridiventare morte e terra, no? Insomma, io sono un cadavere, non sopporto queste sotti­gliezze. Le mie frasi sono semplici e finiscono tutte con un punto. Solo un punto. Gli altri segni di punteggiatura sono fatti per i vivi. Anche le sottigliezze sono fatte per loro. Per loro e per i filosofi. In vita sono stato un filosofo, come tut­ti gli altri. Ma ora è finita l'epoca della merda e dei filosofi. Ora sono un cadavere e punto. E i punti - nonostante due gocce d'acqua, viste da lontano, sembrino due punti, e no­nostante le somiglianze vengano espresse con il classico "sono come due gocce d'acqua" - i punti, dicevo, non sono gocce d'acqua e non sono nemmeno uguali fra loro. È diffi­cile che qualcuno riesca a convincermi che un punto e un altro sono come due gocce d'acqua. Nessuno può farlo. Quindi, credo il contrario. E punto.

Nella stanza iniziavano a entrare persone che avevo co­nosciuto da vivo. Fumavano, bevevano raki, sorseggiavano caffè, parlavano di me e della morte. Stavo pensando, quasi quasi, di provare a prendere le sembianze di uno spettro, alzarmi dalla bara per creare qualche momento di grottesco terrore - in fondo se lo meritavano - e poi urlare con tutto il fiato che avevo in gola: «Lo sapete, voi sciagurati, che è vietato parlare di corda in casa dell'impiccato?!». Ma loro erano solo degli esseri umani e io rischiavo di ritrovarmi di nuovo con la pelle scucita. Essere un cadavere mi permette­va di parlare con una voce diversa, senza sforzarmi troppo, la voce della mia mente dopo la morte. Li lasciai in pace, per pigrizia, e rimasi ad ascoltare. Molti di loro avevano quasi il presentimento che potessi sentirli e quindi diceva­no una marea di stranezze, lo mi conoscevo per quello che ero, e in realtà ero stato il migliore di tutti. Un tipo tran­quillo, affettuoso, cauto con le parole, sveglio, conciso e ri­servato, affidabile, di buon cuore e di animo generoso - testimonianza ne era il fatto che dal mio corpo fosse usci­ta una grande quantità d'anima -, timorato di Dio, gioio­so, socievole, diligente negli studi, di buona salute, gioche­rellone, non andavo dietro alle donne degli altri, non ero uno spendaccione o uno che giocava d'azzardo, non ero un ubriacone e soprattutto: ero stato l'uomo con più amici e conoscenti che fosse mai esistito. Oh! Questo fu l'unico momento in cui mi sentii dispiaciuto di essere morto. Mi sentii dispiaciuto anche per Due, Tre e Quattro, li avevo fat­ti a pezzi col coltello e d'ora in poi sarebbero marciti in prigione. Ma in fondo era stata colpa loro, pensai. Se non mi avessero invitato a bere, e soprattutto a pisciare, non li avrei accoltellati.

Tutta la notte rimasi sdraiato tra le morbide pareti della bara. La gente avvicinava la testa, mi guardava, se ne anda­va. Volevo andarmene anch'io, ma dove? Ero un cadavere e ciò non mi era permesso. Tanto tempo fa, quand'ero ancora in vita, la gente credeva, pensa un po', che alcuni defunti, per via del dolore lacerante e delle ferite non rimarginate, resuscitassero, pensa un po', sotto forma di spettri. Ma la gente si sbagliava. Secondo tale superstizione anche la donna di prima, che doveva essere mia madre - o il Parti­to - e che urlava di dolore per la perdita del figlio, sarebbe dovuta resuscitare sotto forma di spettro. Ma no, no. Erano insopportabili queste superstizioni dei vivi. D'altro canto, pur non avendolo mai provato, avevo sempre creduto fosse meraviglioso diventare uno spettro. Manderò una preghiera a chi di dovere, parola di cadavere!

Più tardi, al sorgere del giorno, mi sollevarono da terra, lanciarono anche qualche fiore in mio onore - sicuramente stavo iniziando a emanare quel cattivo odore - e mi misero in un'altra macchina, più lussuosa della precedente. Ah, era proprio una gioia! Potevo starmene tra le morbide pareti della bara, senza dover muovere nemmeno una mano, o un piede, o il collo, oppure aprire la bocca; poteva cascare il mondo, la gente si poteva insultare, picchiare, ammazzare - io me ne stavo lì tranquillo. Non ero mai andato in giro per la città da cadavere. Guardavo quelle facce buie, com­mosse. Guardavo tutti quegli uomini che si toglievano il cappello per rendere onore alla loro calvizie e far prendere aria alla testa. Oh, meraviglioso, non credevo di essere così conosciuto in città. Chi mai mi considerava da vivo? Chi mai si scomodava a considerarmi quando passavo, quando bevevo, quando ero triste, stordito, preoccupato, saggio, o quando pensavo a qualcosa di importante? A dir la verità, mi commossi. Mi commossi, ma non mi sentii per niente dispiaciuto di essere un cadavere. Come sarebbe stato possibile tutto ciò se non fossi stato un cadavere? Mai e poi mai. Sono convinzioni da cadavere queste, mica storie qualunque.

Ora avevo tutto il tempo davanti. Come tanti prima e dopo di me, anch'io avrei iniziato ogni cosa da capo. Que­sto dimostrava che l'errore era proprio all'inizio. Stavo giu­sto analizzando la questione dell'errore e dell'iniziare da capo, quando capitò qualcosa, qualcuno aprì la bara, in un modo che sembrava stesse aprendo la porta dell'immortali­tà. Ero pronto a trasformarmi in uno spettro e urlargli ad­dosso: «Con che diritto apri la bara dell'altro e non solo fai entrare dentro la luce, che mi brucia gli occhi, ma anche il tuo naso?!». Però tacqui. Non mi bruciavano per niente gli occhi, tuttavia portavo ancora dentro i rifiuti linguistici dei vivi. Ma non importa. Da quello che ricordo, la persona che aprì la bara era diversa da me: era viva ed era una donna. Oooh, disse appena mise il naso dentro. Ma che ti è suc­cesso? Niente, sono un cadavere, le risposi. Lei pronunciò un nome, ma non era il mio. lo ero Uno, punto. Magari cre­deva, ingannandosi, che non chiamandomi Uno, poteva di­stinguermi dagli altri, lo ero Uno - soltanto così mi potevo distinguere. E glielo dissi. Apertamente. Ma insomma, che ti è successo?, urlava sconvolta. Perché non parli? Come non parlo?, ribattei. Ti ho appena detto: niente, sono un cadavere e sono Uno - così mi distinguo. Entrò qualcun altro nella bara e iniziò a schiaffeggiarmi. Ah, be', gli dissi. E perfettamente inutile schiaffeggiarmi, sono un cadavere. (...)
  
A.-Ch. Kyçyku, I Fiumi del Sahara, Zandonai Editore, 2011, p. 71-77.