Ardian Kyçyku – il nuovo conte delle lettere

NOVRUZ XH. SHEHU

Sui autorevoli giornali albanesi “Gazeta Shqiptare” (5 marzo, 2011), “Standard” (5 marzo, 2011) e “Nacional” (6 marzo, 2011) è stato pubblicato il saggio di Novruz Xh. Shehu (critico, saggista, storico, memorialista e giornalista), intitolato: “Ardian Kyçyku – il nuovo conte delle lettere”:

Noto pochissimo nel suo paese di nascita, pubblicato senza la dovuta cura dalla comunità albanese, che ancora non si è staccata completamente dall’incubo dei miti del comunismo, avendo una collana straordinaria di opere artistiche in prosa (12 in albanese e 15 in romeno), Ardian Kyçyku merita di essere onorato come un vero conte delle lettere. Uno scrittore famoso non impallidisce affatto un altro scrittore famoso. Una psicologia contraria sarebbe la conseguenza della paranoia dei miti e delle loro macerie molto pericolose. L’Albania ha già un altro scrittore di dimensioni mondiali, non per la quantità delle sue opere, ma per lo stile magico, per l’architettura completamente nuova della maggior parte delle sue opere, per i messaggi nazionali ed universali trasmessi con un coraggio intellettuale eccezionale.
Tradotto, editato e apprezzato in romeno, ungherese, tedesco, spagnolo, inglese, slovaco, italiano ecc, Ardian Kyçyku ha attirato l’attenzione delle celebri personalità della critica letteraria contemporanea del continente europeo e del mondo. Sin dalla pubblicazione in Romania del suo primo romanzo “L’anno in cui si è inventato il cigno” nonché del romanzo “I Morti” in Kosovo (a Prishtina), la stampa letteraria di questi paesi ha scritto ampiamente e con entusiasmo, mettendo al corrente i lettori seri della letteratura che stava venendo un grande maestro della metafora. Senza negare l’attività pubblicistica di Arian Leka, Dhurata Hamzai, Zhani Canco, Koçi Petriti e di qualcun altro, per l’illuminazione di questa figura nell’ambito della communità albanese, sono del parere, anzi convinto, che nei suoi confronti è stato adottato un atteggiamento non professionale, anche cinico. Basta menzionare il fatto che neanche il Ministero di Cultura e neanche il Concorso Balcanica non hanno presentato e non hanno apprezzato questa personalità, il nome di cui ogni nazione vorrebbe tenerlo nel suo altare. Preferendo citare il signor Ardian Kyçyku, il quale, in una intervista accordata a Zhani Canco, il 8 settembre 2007, diceva: “Attualmente la globalizzazione decide in gran parte l’andamento del messaggio artistico”, credo che ho dato una risposta chiara e comprensibile a chiunque che vede con incertezza l’arrivo di questa personalità nel continente delle lettere. Dei personaggi tali come Home Çkena (il romanzo “Home”), ti sorprendono, ti portanno nel loro universo quanto tragico, tanto comico, permettendoti di vedere una parte di te stesso, il primitivismo e la bravura, l’intelligenza appena svegliata e la distrazione nella metropoli dell’Albania e nelle altre metropoli del pianeta. Nel “Home” (un nome rimasto come un prodotto del suo saluto “Ho, me çkena” – Che c’è di nuovo), il quale lo segue a Tirana e dappertutto, si vede l’uomo sceso dalle montagne, messo in contatto con la civiltà. Lui – Noi dispone di un castello e di un’arma installato nel proprio corpo. Mentre nel polmone di un paziente è sbocciato un pino! Nel cranio di tutti noi è sbocciata l’arma sotto il cranio, assieme all’orgoglio, alla sincerità e alla generosità, come una reliquia primitiva. In ogni caso, Home non può essere comparato con Don Quichotte, come ho letto in uno scritto. No! Lui è un frammento di rocca staccato dalle cime delle Alpi, che forse scivola come un pezzo di ghiaccio verso il riscaldamento globale, accanto alle città del mondo, essendo convinto dei valori della torre, dell’amore, di se stesso e del nome reale assimilato in qualche parte. Nel romanzo “I Fiumi del Sahara” ci meraviglia il realismo magico, in cui si accoppiano miracolosamente il saggio con la narrazione, il panorama con la filosofia. Nel “La Fame per il pane del cielo”, ti impressiona fortemente “il poeta albanese”, il quale forse è un sosia di Home Çkena, una “versione” di quest’ultimo in ambienti strani. Ci sono dei ritratti che ci ricordano Goia, che ti meravigliano e, nello stesso tempo, ti intristano. Allora quando credi di aver a che fare con un romanzo poliziesco, ti rendi conto che ti trovi dentro un vortice della realtà in cui vivi. Ardian Kyçyku tiene il globo in mano come un giocattolo, lo gira, lo scruta, lo studia e distingue tra i conazionali il poeta albanese, trovatosi in una casa di mortali privi di viso, paralitici, nomi di animali che cacciano dei topi e dei topi che cacciano le lettere. Lì è presente sia la psicologia della Donna di Bukovski, che il realismo magico di Marquez; tanto il salto pindarico di Buzzati, quanto il realismo tagliente di Honoré de Balzac. Una unione di tutti gli stili in uno stile raro di un autore che non poteva essere altro che un albanese, creato tra il primitivismo e la civiltà, tra le leggende e le gesta reali, tra la verginità della natura e lo sverginamento della personalità ridicola. Andando alla ricerca dell’assassinio della signora Tas, si rivela l’ambiente, le persone che abitano lì, la vita senza meta, la gattina, il poeta, Fuola, il medico, Names ed altri. Il dialogo dinamico, la filosofia meditativa, l’indagine pubblicistica, la metafora brillante, l’immagine tremante ed il simbolismo, non ti permettono lasciare il libro dalla mano. “Io non sono al presente, sono nato più tardi. Gli albanesi si nascono per molte epoche contemporaneamente. Un giorno tutti ne saranno convinti e gli dispiacerà che quel tempo sono comportato con me con menefreghismo, non come lo meritavo. (“La Fame per il pane del cielo”, p.59)... “Avevo sentito che gli albanesi erano una nazione speciale ed erano capaci di fare tutto, dato che davano lo stesso prezzo alla vita ed alla morte” (idem, p.59)... “Quest’epoca non è dominata nè dalla musa della poesia, nè dalla musa della prosa, nè da quella della morte, dell’assassinio, della degenerazione, del suicidio, ma dalla Musa del gioco” (ibidem, p.18).
Questo ci ricorda un po’ Nietzsche pettegolo, spaventevole, ma di nuovo indispensabile, che illumina le parti oscure della vita, ma non preferisce il suicidio e tutto ciò che si fa in nome del desiderio e dell’indispensabilità del perfezionamento del bene, che assume la realizzazione dell’arte tramite i grandi antenati. Nel “Musa del gioco”, una vita intera, il pianeta, girano attorno all’asse di questa musa, cioè del Gioco senza fine.
“Mi ha detto che noi, i balcanici, in luogo di sangue avevamo un liquido di guerra e di poesia. Dallo scontro tra la sete e la poesia, sorgeva, a suo parere, il nostro bisogno di distrurre, di suicidarsi”. La conclusione di questa ipotesi oppure la sottoscrizione di questa orrenda tesi è accompagnata da questa nota: “Dalla traduzione della vita dell’albanese ho scoperto che la verità sulla morte della signora Tas si nascondeva dentro una sola parola di tutti i partecipanti in gioco...”.
Poi, con l’eleganza del commediante e con la crudeltà del tragico, l’autore afferma (p.73): “... perchè aveva trasferito la sua patria altrove. Quando verrebbe il tempo - ed il tempo solamente i vecchi lo sapevano - lui, se fosse ancora in vita, ma anche qualche altro albanese nel suo luogo, avrebbero mangiato il monte di lettere, cioè il libro quanto una montagna, faccendo di nuovo l’Albania propriamente detta”.
... Ma con questi brani è molto difficile creare, sia approssimativamente, l’immagine di questo scrittore. A questo fine dobbiamo leggere il romanzo “Occhi”, che, ne sono convinto, sia una delle più grandi opere dell’Europa dell’Est, la quale resta ancora tra gli artigli dei miti del comunismo. Questo libro, l’unico pubblicato come si deve dalla Edizione Ideart, nell’ottobre del 2007, in modo stranno non ha attirato l’attenzione della critica letteraria e della massmedia. Rimasti nella trappola del commercialismo politico, economico e forse tra gli artigli di Katovice letteraria, per mesi interi si sono accentrati sul libro “Isola...” di Blushi, indirizzando le lenti d’ingrandimento in tutte le parti per poter trovare senz’altro la genialità artistica, confondendosi tante volte con la storia. E non si è parlato dell’opera “Occhi” come si è proceduto con “I Funerali infiniti” di Visar Zhiti, con “Il Rosso dei tori” di Mira Meksi, con “La Donna con l’ordine del lupo” di Petraq Risto ecc.
Che rappresenta il romanzo “Occhi”? ‘E un romanzo con proporzioni di un’epopea, che fa la chirurgia dell’Albania durante 60 anni (1945-2005). Sì. Il virtuoso Kyçyku ha messo l’Albania sotto il taglio del bisturi intellettuale, filosofico, artistico, metaforico, sul suo tavolo di chirurgo, mettendo in uso lo scrutamento eccezionale, il coraggio, senza autocensura, con destrezza e con la convinzione che, senza fare questa autopsia, non avremo forse mai un’Albania propriamente detta. Sin dalle prime pagine incontriamo tre pescatori senza testa, attorno cui girano il compagno ed il signore Themi, Haki Ujera, Misto Fotografi, Afrim Katrahura, Agimi dell’Automobile dei Decessi, Koço Puthja (Stërputhja), Jaho Myneveri ed altri, mentre dapperttutto si trova l’Occhio scrutatore, come quello di Monalisa, il quale ti segue terribilmente, lasciandoti senza sonno.
L’ironia tagliente, dolorosa, come il taglio del bisturi, che ti tocca fin all’osso, ti segue dapperttutto tramite quest’Occhio crudele, intolerante, che molte persone potevano chiamarlo “acerbo”.

Quelli pescatori privi di testa sono gli albanesi del semisecolo comunista, che hanno deciso di preferire con pompa di restare senza testa, tenendo sopra i loro colli tagliati gli idoli politici, indifferentemente dal fatto che rappresentavano un’avanguardia non istruita, ignorante. Trasformati in una comunità di vecchioni, che si siedono sulle panchine dei parchi e ripetono ininterrottamente i racconti della Seconda Guerra Mondiale, in Albania nessuno non vuole occuparsi delle figure che hanno le dimensioni di Ardian Kyçyku. In questa stupidità malintenzionata continuano fiorire i miti paranoici del comunismo.